Perché Sanremo, è Sanremo?

mahmood e le faccette

Mi accingo a scrivere di uno dei Sanremi, meno Sanremesi della storia di Sanremo.

Poca sciacquazza e tanta confusione. Nessuno scandalo rilevante, a parte un ragazzotto rosicone che se la prende con il televoto, la Raffaele che dice le parolacce brutte brutte e le giacche di Bisio.

Nessuna scenografia trash, ma tanto piattismo da arrivare a rimpiangere la simulazione su plastico dell’aereoporto di Fiumicino dell’anno scorso. E poi non ci stavano i fiori, che sono una certezza, perché è l’unica cosa che si ricorda di geografia delle elementari (Liguria= si coltivano fiori e barbabietoledazucchero).

Baglioni con la sua faccia assente e l’espressione perenne da “ancoraquastamo?!” che ti toglie la gioia di vivere (cosa che, in fondo, ha sempre fatto con mezzo suo repertorio, ma in modo più energico e consapevole).

Poca incisività dei testi nella generalità dei casi, nelle restanti ipotesi poca alchimia tra testo e musica. Parlo di Silvestri e dell’innegabile coraggio nel portare sul palco dei fiori (bis) un brano senza ritornello e poco fruibile, forte, ma carico, come una fotografia troppo satura o Cristicchi, che recita un monologo paraculo alla “se” di Kipling, di cui sfugge la melodia. Avrà fatto troppo teatro.

L’indie non trova un canale di fruibilità: gli Ex Otago si invecchiano di proposito, Motta non se spiega bene, in più c’ha quella faccetta sperduta che ti verrebbe voglia di abbracciarlo, gli Zen Circus puntano sul ritornellare ossessivo e rabbioso, ma non funziona.

Salvo: i Negrita, con una canzone da Negrita, ma fatta bene, che loro c’hanno cinquantanni portati benissimo ed è coerente che stiano un po’ quieti.

Sufficienza pure ad Arisa, che fa bene a puntare sul musicalll ed autoconvicersi/ci/vi che sta bene. A sentirla urlare in quella maniera, non parrebbe proprio. Però nel complesso è novità, il testo non è male e funziona.

Il vincitore: ha una gran voce, è un gran bel ragazzo, fa le faccette simpatiche ed ha capito i veri valori della vita. Va ascoltato con attenzione.

Svetta Achille Lauro, con un pezzo dalle grandi potenzialità: la vacuità, la moda, i sogni di gloria, un giretto alla Smashing Pumpkins come base, fruibile a più livelli, con il ritornello ossessivo: perfetto. Poi lo canta uno che c’ha scritto scusa in faccia e pare che abbia perennemente due ore di sonno. Non si può avere tutto.

Il resto è probabilmente destinato a sfumare.

Sanremo è termometro del Paese, come disse una volta uno che fa il lavoro che vorrei fare. Un paese che nomina Salvini ogni due per tre, che vede la sinistra dei professoroni ovunque (e ci indicasse, cortesemente, dove sia la sinistra, perché qua non se vede…), che si costerna, si indigna, si impegna e poi cambia canale.

Per tutto il resto ci sono i sOOOOOOldi.

Sara

 

 

 

 

 

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